Capodanno catalano
Gennaio 21, 2008 di claudiadeangelis

Il viaggio è cominciato il 29 Dicembre su un treno stracolmo di gente furiosa, ammassata, costretta a subire vagoni chiusi, bagni fatiscenti, puzza indefinibile. Io parto da Teramo e arrivo a Torino sette ore dopo, stremata. Ma in questo viaggio le soste non sono contemplate, e allora la voglia di vedere un pezzettino di Torino mi dà le energie necessarie per affrontare la prima serata.
La mattina dopo siamo già in autostrada: partiamo in quattro, guidati da un navigatore satellitare craccato che forse pecca di inaffidabilità, suggerendoci di volta in volta improbabili inversioni a U sull’autostrada, generando l’ilarità generale. In macchina la conversazione è viva sopratutto dei ricordi dei quattro mesi passati in Irlanda durante il Leonardo, delle persone incontrate e dei viaggi abituali del fine settimana. Io sono l’unica a non essere di Torino; gli altri tre compagni di viaggio non si sforzano tanto di comprendere le mie espressioni teramane. Mi devo adattare, anche se faccio fatica a controllare la mia lingua e adattare il mio gergo. Loro con affetto mi chiamano terrona, termine che mi fa ridere se penso agli alberi genealogici delle loro famiglie che, senza andare troppo lontano di generazioni, rivelano rispettivamente un calabrese, un pugliese e una siciliana.
Dopo dieci ore di viaggio, arriviamo. Barcellona! Qui ci aspettano gli amici catalani dell’esperienza irlandese. Un ricco assortimento di personalità e provenienze, abitudini e caratteri che si sono incontrati e piaciuti, creando legami davvero improbabili. Appena arrivati, ci sentiamo subito accolti da chi per cinque giorni si offrirà come guida, interprete, albergatore e organizzatore di eventi. Siamo turisti privilegiati: anche se vedremo meno attrazioni, anche senza visitare alcun museo e anche senza la giornata per acquistare i souvenir, la Catalogna ci aprirà la porta delle sue case, delle sue tradizioni.
A capodanno non ci sono petardi e fuochi d’artificio, nemmeno lenticchie. Anche qui si aspetta il nuovo anno davanti alla TV, per sincronizzarsi con il resto del mondo, senza conto alla rovescia però, ma con 12 chicchi d’uva nel proprio piatto, da mangiare a tempo con i rintocchi della campana, gli ultimi 12 del vecchio anno, 12 come i mesi che saranno. Sottovaluto la velocità con cui dovrò ingoiare gli acini e, scatenando l’ilarità generale, rischio di strozzarmi più di una volta, diventando paonazza. I Catalani sono gentili, e mi vedo concessa una seconda possibilità; posso ripetere il rito da capo e così continuare a sperare in un 2008 fortunato. L’inizio è sicuramente positivo. La serata prosegue ballando e festeggiando, fino al mattino seguente, chissà dove troviamo la forza di resistere così a lungo.
Il giorno successivo, nemmeno a dirlo, ormai è perso. Dormire! Poi il due finalmente riusciamo a raggiungere Parc Güell, il famoso parco realizzato da Gaudì, ricco di decorazioni di ceramica frammentata, progettato cercando di armonizzarsi con la struttura del paesaggio naturale attraverso grotte, colonne-albero e arcate artificiali realizzate con la roccia. Il parco si trova su una posizione panoramica, dalla quale è possibile ammirare una bella vista della città. Eppure dalla sommità del parco la visuale fa cortocircuito con qualcosa di inaspettato, che disturba e interrompe la coerenza del panorama: Okupa y resiste, questo si legge sul balcone di un edificio occupato, striscione sapientemente piazzato lì da chi vuole far arrivare questo messaggio a più persone possibili.

La giornata continua lentamente, passeggiando per il Barrio Gotico, tra gli artisti di strada che vivacizzano i vicoli a ridosso della Ramblas, che ancora portano i segni della guerra civile. A spiegarcelo è un passante che ci fa notare le mura di un edificio martoriate dai proiettili delle esecuzioni. Ci spostiamo a Montjuïc, dove salutiamo la città ancora dall’alto, guardando il porto. Comincia a piovere a dirotto, ormai è buio e la partenza è già fissata per domani. Adéu Catalunya, y gràcies.